Industrial fantasy: perché il tempo passa per tutti

Questo guest post è stato scritto da Enrico Lanzalone.

Immobilismo temporale?

I fantasy partono da un presupposto di sovversione delle regole attestate nel nostro mondo: la fisica, la geografia, la zoologia, l’astronomia e molti altri aspetti dell’esistenza sono spesso differenti sotto molti punti di vista. Così come spessissimo è assai differente la dimensione storica, la quale è “colpevole” di una sorta di staticità. Soffermandosi sulla struttura interna dei mondi descritti in molti libri del genere fantastico si ha a volte l’impressione che questi mondi abbiano avuto un’indefinita antichità, per poi aver trascorso moltissimi secoli in un indefinito periodo simil-medioevale.

Forse sono complici razze mitologiche dalla vita pluricentenaria, la cui visione dello scorrere del tempo sarebbe assai diverso dal nostro, oppure la frequente presenza di magia che va in qualche modo a non provocare la necessità di uno sviluppo tecnologico o sociale. Dopotutto a che serve un revolver quando puoi far esplodere un troll con una palla di fuoco? Ma forse non si tratta di immobilismo. La visione che abbiamo dello scorrere del tempo e del progresso è stata compromessa dalla visione dei rapidissimi cambiamenti che hanno interessato l’Europa e poi il mondo col finire del Medioevo. Dunque a noi sembra fermo ciò che in realtà si muove piano. Ma se si innescasse un processo simile in un mondo fantasy?

Industrial fantasy: perché il tempo passa per tutti

Come cambia il mondo

Per descrivere eventi e situazioni che accadono in un mondo fantastico si parte dall’osservazione di eventi e situazioni simili realmente accaduti nel nostro mondo per poi aggiungervi gli elementi fantastici desiderati. Partendo da tale presupposto possiamo immaginare come il mondo cambi in base ai nuovi processi che decidiamo di mettere in moto. E allora eccoci a dover pensare come una rivoluzione industriale cambierebbe la situazione economica-sociale del mondo teatro delle nostre storie, come cambierebbe il modo di vivere, combattere e approcciare la vita. Ci sono varie risposte in base alle condizioni di partenza, ovviamente.

Il genere steampunk è un ottimo esempio che ci mostra le potenzialità narrative e descrittive che la tecnologia applicata alla narrativa fantastica può avere. Giocando con i fattori iniziali, aggiungendo o togliendo magia, razze mitiche, modifiche nella fisica del pianeta è possibile giungere ai risultati più diversi. Ci si può allontanare dal percorso tracciato dalla nostra storia e immaginare esiti completamente diversi di tali cambiamenti, si può mettere in contrasto le tendenze innovatrici con quelle conservatrici per far trionfare una e perire l’altra, le possibilità sono innumerevoli.

Affinità e divergenze

Spesso la tecnologia viene vista in prepotente antitesi con la magia e gli altri elementi fantastici. Basti pensare al mondo di Shannara di Terry Brooks: l’eccessivo sviluppo tecnologico ha portato a un azzeramento e una ripartenza, ma con la magia a questo giro. In una società come la nostra, dove è fortemente vivo un sentimento ambientalista che vede lo sviluppo selvaggio come una minaccia costante all’ambiente e ai valori tradizionali che ad esso si lega, la tecnologia è spesso vista come una minaccia per questi valori incarnati da creature emerse dai vari folklori che in qualche modo incarnano un mondo antico (e spesso “puro”) che rischia di essere cancellato dall’avanzata inesorabile del nuovo.

Basta citare la scena del Signore degli Anelli dove i malvagi uruk-hai abbattono l’antica foresta di Fangorn per alimentare le fiamme dell’industria bellica di Saruman. Insomma spesso il discorso viene posto come una minaccia di una parte all’altra, con conseguente conflitto e vittoria di una delle due parti. Ma è anche possibile un incontro non meno problematico e conflittuale, ma forse meno drastico. Il termine “rivoluzione industriale” è spesso usato erroneamente, in quanto implica un cambiamento sconvolgente si ma rapido no.

Industrial fantasy: perché il tempo passa per tutti

Ingranaggi e bacchette

I cambiamenti, anche quelli destinati ad essere più radicali e duraturi, sono spesso assai lenti quando coinvolgono orizzonti vasti come l’economia e la società. Non è assurdo immaginare un mondo nel quale il processo di crescente industrializzazione e progresso sia stato graduale e sia germogliato tollerato o addirittura accompagnato dalle forze preesistenti. Un tale connubio, dilazionato nel tempo, può portare alla graduale e dunque accettata creazione di nuove originali forme e processi nei nostri mondi fantastici. Dunque potremmo vedere la magia alimentare complessi macchinari, eserciti affrontare draghi a colpi di cannone e moschetti, partiti politici che nascono e lottano per rivendicare maggiori diritti e elfi o nani vari che sviluppano sensi di appartenenza nazionali più che razziali. Potrebbero anche nascere nuovi e originali conflitti e diatribe, nuovi problemi, nuove tipologie di personaggi.

Nuovi e numerosi spunti narrativi insomma. Nel mio romanzo tutto ciò è presente e trattato in chiave umoristica e dissacrante; essendo Aend, il mio mondo, molto più simile alla Terra che i consueti Westeros o Arda, mi è stato possibile trattare argomenti che rimandano a tematiche e problemi attuali nella nostra società. Gli uruk che abbattono Fangorn è un’efficacia metafora dei danni che l’uomo apporta all’ambiente. Ma vedere una fabbrica di pozioni che riversa scorie magiche in un fiume con conseguenze nefaste è un rimando ancora più immediato. Un industrial fantasy è dunque anche un modo per scollarsi dai consueti cliché del genere e avvicinarsi a una visione della narrazione meno diluita da strati e strati di vernice epica-eroica.

Informazioni sull’autore di questo post:

Enrico Lanzalone nasce a Varese il 2 settembre 1994. Frequenta il liceo classico E. Cairoli e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Insubria. Appassionato di storia, fantasy e lettura, nel 2017 scrive e pubblica il suo primo romanzo, Squadra Demolizioni: Side A, potete leggere il suo blog Regogolo Boemetto.

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